La caduta in San Leone della fanteria austriaca e l’orribile fine del barone Fiestum

Tratta dal saggio di Nicola Roberto Toscano “Accadde a San Leone”, di prossima pubblicazione, una pagina della famosa battaglia di Bitonto, combattuta tra austriaci e spagnoli il 25 maggio 1734

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“…l’esercito alemanno, comandato dal generale della cavalleria principe Belmonte, accampato e trincerato dietro delle mura che circondavano quel campo… ai lati dei conventi di San Leone e Sant’Antonio che avevano occupato… furono attaccati dalle truppe di sua maestà, con la felicità di essere poi interamente distrutti, rimanendo la fanteria nemica prigioniera di guerra…”

Un tardo pomeriggio del 25 maggio del 1734, nelle campagne a ridosso del Monastero di San Leone a Bitonto c’era odore di morte e di sangue. Si era da poco placata la battaglia in corso – nel contesto della guerra di successione in Polonia – tra gli spagnoli guidati dal generale Montemar e gli austriaci del principe Belmonte Pignatelli, che da queste parti aveva il giorno prima voluto spostare lo scontro con l’esercito nemico per poter sfruttare le fortificazioni naturali qui presenti fuori delle mura cittadine – tra cui a est proprio quelle del convento di San Leo – e poter più agevolmente guadagnare in caso di bisogno la via della fuga.

Ed effettivamente ciò si era reso necessario dopo che la cavalleria spagnola – inarrestabile per il maggior numero, per l’apporto di altre truppe spagnole venute in soccorso da Andria e da Canosa, per la determinazione e probabilmente anche per l’acquavite di cui ci si era ampiamente serviti – aveva fatto circondare il monastero dei padri olivetani dove erano asserragliati circa duecento soldati austriaci che Belmonte aveva fatto stanziare in questo luogo, dislocando il resto delle sue truppe a ridosso del convento della Chinisa e nel borgo Valenzuolo.

Numerose furono le perdite tra gli austriaci, il cui comandante di fanteria, colonnello Croce, venne ferito e fatto prigioniero, con un effetto dirompente sull’andamento del conflitto perché gli austriaci, impauriti, in parte si arresero e in parte fuggirono verso la città e lo stesso Belmonte ripiegò prima verso Bari e poi a Pescara. Tutt’intorno al Monastero di San Leo, tra gli alberi tagliati, biada e grano falciati, campi devastati, si offriva al far della sera l’orrendo spettacolo di corpi monchi e ancora fumanti, di spiranti e di lamenti, di spirati, di cavalli abbattuti, di nemici sopra altri nemici oramai tutti dalla stessa parte che è quella della fine avvenuta o imminente, come riporta l’antico narratore Giovanni Battista dello Jacono (“La battaglia di Bitonto: memoria inedita dell’abate Giovanni Battista Dello Jacono”, pubblicata dal prof. Nicola Fano, tipografia Garofalo, Bitonto 1887).

Tutto questo vide con fatica, appena riprese conoscenza, anche il barone Fiestum, un ricchissimo e nobile boemo gravemente colpito sul campo specie ad un ginocchio trafitto dal colpo infertogli. Ed anche il suo cavallo era morto, abbattendosi parzialmente sopra di lui al punto da impedirgli insieme alla ferita e alle poche forze di potersi alzare. Eppure si trovava disteso poco distante dalla Torretta Spoto, dalla quale Montemar in persona aveva diretto le operazioni belliche, nei pressi del Monastero dei Padri Olivetani dove sapeva che lo avrebbero potuto soccorrere e ancora salvargli la vita.

Complice ormai l’incipiente imbrunire riusciva a stento a vedere carri che nel frattempo caricavano i feriti, molti dei quali erano già morti, per portarli proprio presso il convento. Erano però distanti da lui che non aveva voce sufficiente o forza alcuna per attirare la loro attenzione. Stava per abbandonarsi all’ineluttabile destino quando avvertì il calpestio di passi e voltatosi dalla loro parte vide per prima cosa un cappello bianco e vistoso al punto che per un attimo ebbe pure l’istinto di chiedersi che cosa c’entrasse in quel posto quel signore che di certo non poteva per il suo portamento aver partecipato alla battaglia. E in effetti si trattava di un viandante, forse neppure del posto, che frugava insolente tra i corpi dei caduti o tra quelli ancora vivi ma incapaci di difendersi.

Disperato, il barone Fiestum concentrò tutte le sue residue energie o quel che di esse restava per farsi vedere e chiedergli aiuto, ma il balordo fu incerto di avvicinarsi a colui che pareva ancora capace di qualche reazione prima di accorgersi che anche quello era incapace di muoversi. Il boemo lo implorò di caricarlo in spalla e di portarlo al vicino convento di San Leone e per questo gli donò una tabacchiera di argento, un orologetto d’oro, un anello di oro di centocinquanta ducati ed una borsa contenete denaro.

Il villano, prese il tutto, ma quando gli si avvicinò accadde qualcosa di agghiacciante: prese a tirargli gli stivali, prima quello della gamba sana e poi l’altro che venne via con tutta la gamba ferita dentro, lasciando il disgraziato soldato a terra privo della gamba e di quanto possedeva.