Una magica estate tra luminarie, bande musicali e fuochi pirotecnici

Tra incanto e nostalgia, il racconto delle feste patronali di Bitonto in un brano di "E la chiamano estate", esordio letterario del giornalista Valentino Losito

311
0
CONDIVIDI

Con la riconsacrazione della statua, appena restaurata, della Madonna di Porta Baresana, lo scoprimento del quadro del miracolo e l’accensione delle luminarie – tutto previsto nel pomeriggio di oggi venerdì 25 maggio 2018 – le feste patronali di Bitonto raggiungono il loro momento più alto.

C’era un tempo, però, in cui la ricorrenza cadeva in piena estate, ad agosto; un tempo ormai andato che torna a vivere coi ricordi. È a quelle estati e a quella festa che uno dei figli più illustri della città, Valentino Losito, ex presidente dell’Ordine dei giornalisti di Puglia, ora consigliere nazionale, ha dedicato un bel capitolo del suo esordio letterario, “E la chiamano Estate”.

«Tra le luci più vivide che brillano nella mia memoria dell’estate bambina ci sono le luminarie delle feste d’agosto, un rito importante per il quale si interrompeva la villeggiatura e si tornava al paese per onorare l’Immacolata.
Il momento culminante in cui si compiva la grande attesa, era quello dell’accensione della grande “macchina”, un mastodontico arabesco di luci e legno che copriva la Porta Baresana, luogo di ingresso della parte antica della città.

Quella fantasmagorica fluorescenza di luci era il segno atteso: la festa poteva cominciare. Leopardi avrebbe detto che tutta vestita per l’occasione “la gioventù del loco, lascia le case, e per le vie si spande. E mira ed è mirata, e in cor s’allegra”.
Proprio di fronte alla “macchina” e al quadro del miracolo della Vergine, si dipartiva la grande galleria illuminata del corso , quelle impalcature artistiche che illuminavano il cuore della città in festa.

“Monumenti” importanti durante le feste patronali erano anche le “casse armoniche” dette pure orchestre, quelle costruzioni in legno chiuse da una cupola, che venivano allestite sulle due piazze principali della città. Una proprio alle spalle di Tomasso Traetta, la nostra gloria musicale e l’altra su piazza Marconi.
Ogni anno gli organizzatori festa, riuniti nel “Comitato” si muovevano per tempo per assicurare i nomi più famosi per i tre momenti clou della festa: le luminarie, le bande musicali e i fuochi pirotecnici.

I complessi bandistici, spesso accompagnati da cantanti lirici solisti, venivano da diversi centri della nostra Puglia che vanta gloriose tradizioni riconosciute e descritte dal grande giornalista del Corriere della Sera Gaetano Afeltra in alcuni suoi libri di ricordi e di storie del Sud.

Una storia dalla radici antiche riconosciuta per il suo valore nel corso degli anni anche da artisti come i compositori Nino Rota e Nicola Piovani così come dal direttore d’orchestra Riccardo Muti. O, ancora più indietro nel tempo, dal maestro Pietro Mascagni, che iniziò la sua carriera dirigendo la banda di Cerignola e che parlò della Puglia come “benedetta da Dio per il contributo che, attraverso le bande, dà all’arte musicale. Le bande pugliesi sono state e saranno sempre un titolo di nobiltà per quella terra!”

Mottola, Squinzano, Carovigno, Fasano, Conversano, Lecce, Gioia del Colle, Francavilla Fontana, Acquaviva delle Fonti, Martina Franca erano le bande più famose e su ogni piazza avevano i loro gruppi di fedeli ammiratori che si presto si dividevano in fazioni.
L’ascolto delle opere liriche, che avveniva in religioso silenzio, costituiva un grande evento di crescita civile e sociale di una comunità nelle nostre città madri e figlie al tempo stesso della civiltà contadina. Nelle piazze si ritrovavano contadini, braccianti, impiegati, artigiani, professionisti, uniti dalla grande passione per la musica, dove ognuno aveva la sua opera o la sua “aria” preferita.

Le popolarissime note di Traviata, Rigoletto, Turandot, Carmen, Barbiere di Siviglia, Aida, Tosca, Cavalleria Rusticana, Madama Butterfly, Forza del destino, Lucia di Lammermoor, Amico Fritz, accendevano subito l’animo degli appassionati, molti dei quali sapevano a memoria ed erano in grado di accompagnare interi pezzi di opera. E dagli occhi di non pochi e rapiti ascoltatori molto spesso spuntava “una furtiva lagrima” come nella famosissima aria dell’Elisir d’amore di Donizetti.

A chiudere le serate della festa erano le “gare” dei fuochi pirotecnici. Mentre le bande intonavano il “Piave” o l’inno di Mameli e una bambina offriva un fascio di fiori al soprano che ringraziava con un inchino, la piazza si spopolava rapidamente. Ognuno raggiungeva il posto scelto per assistere a quello spettacolo che emanava il suo fascino. A grappolo, a pioggia o a raggiera quelle scie colorate illuminavano il cielo rinnovando lo stupore che resta nei ricordi dell’infanzia mai perduta»