Un giorno speciale, due coincidenze particolari

Il 25 aprile, appena trascorso, offre l'occasione per ricordare l'artista bitontino Francesco Sannicandro, nato proprio quel giorno nel 1947, e Marina Speranza, moglie del grande Francesco, da giovane, staffetta partigiana

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Due giorni fa, 25 aprile, si è celebrata la Festa della Liberazione.

In questo 2018, l’anniversario della vittoria dei partigiani contro il governo fascista e gli occupanti nazisti mi ha riportato alla mente due persone care, con cui mi è impossibile ormai parlare ma che voglio ricordare, fissando per iscritto i miei pensieri.

Due figure che hanno consacrato la loro esistenza all’arte e che sono state legate da un’amicizia duratura e dall’amore profondo per Bitonto: Francesco Sannicandro e Marina Speranza.

Il 25 aprile è il compleanno di Francesco Sannicandro, scomparso lo scorso 26 febbraio, dopo il grave malore che lo aveva colpito un mese prima. Aveva settant’anni.

Ha iniziato a esporre nel 1968 e lo ha fatto sino alla fine, passando, in pittura, dalla figurazione all’informale e assecondando il bisogno di uscire dalla forma quadro, cimentandosi con la scultura, in ceramica e in bronzo, e utilizzando materiali di riciclo, con l’assemblage e l’installazione, aprendosi a sperimentazioni multimediali e avvalendosi di proiezioni, luci e colori fosforescenti, e ancora con la scenografia, con l’illustrazione e con l’arte pubblica.

Alla ricerca di forme e linguaggi sempre nuovi, per esprimere un amore di vita che nessun limite fisico è mai riuscito a imbrigliare. Non solo un artista, Sannicandro, ma anche un instancabile organizzatore culturale, curatore di mostre, tessitore di reti di relazioni che costituivano la premessa per numerosi progetti itineranti – uno fra tutti “Olio d’artista” – in grado di coinvolgere tanti artisti, tutti diversi ma tutti da lui ugualmente sostenuti e incoraggiati.

Francesco Sannicandro viveva con il baricentro ben saldo nella sua Bitonto. Viaggiando, all’occorrenza, ma non indulgendo mai alla tentazione di una fuga, di uno sradicamento, convinto che per coltivare l’arte l’importante non fosse il suolo calcato ma le idee e la passione, la determinazione e la nitidezza della visione. “Perché non organizziamo una bella retrospettiva sul tuo lavoro?”, gli chiedevo recentemente, sorseggiando insieme a lui un caffè che, a ogni mio ritorno da Roma a Bitonto, diventava l’occasione di confronto e stimolo reciproco.

La risposta era che non aveva tempo, dimostrandosi più interessato alla salute della vita culturale della città, a tenere viva la memoria degli amici artisti scomparsi, a fare rete con gli altri e a occuparsi delle sue lattine, del suo olio, dei suoi libri d’artista.

Il nome di Sannicandro è legato a Francesco Speranza per vari motivi ma, soprattutto, per la loro amicizia e il debito nei confronti della sua pittura, esplicitato con riconoscenza negli anni delle prime sperimentazioni. E poi, per la biennale organizzata in suo onore nel 1980 a Bitonto e per la Domus Artis, che ha trasformato la casa natale di Speranza in una struttura ricettiva con vocazione espositiva.

E così, seguendo il filo rosso di questo 25 aprile di rimembranze, il pensiero corre inevitabilmente al sorriso di Marina Bagassi, la vedova Speranza, che se n’è andata d’estate, nella stagione da lei più amata, l’8 luglio 2017 all’età di novant’anni.

Ci univa un patto, una missione; la determinazione a salvare le memorie, gli aneddoti, i racconti della sua vita al fianco di Francesco Speranza, che andavano registrati, raccolti, trattenuti prima dell’oblio.

Nel groviglio dei ricordi, si metteva sempre in secondo piano, Marina, un passo indietro rispetto al marito pittore. Sapeva certamente di avere fatto tanto per lui, per promuovere la sua arte in vita e per tenerne vivo il ricordo dopo la morte, ma non amava vantarsene.

L’unico suo vanto era l’amore che li aveva legati e che ancora li legava.

Pur essendo loquace, soltanto di una cosa Marina non mi ha mai voluto parlare nelle nostre interminabili conversazioni sul bel tempo passato. Proprio la cosa che la legherà per sempre, per me, a questa data segnata in rosso sul calendario.

Da ragazza, Marina era stata una staffetta partigiana. A raccontarmelo non fu lei ma una sua amica di Milano, al termine di un pranzo domenicale ormai lontano, in un momento in cui l’attenzione della padrona di casa era rivolta altrove.

Quando ho avuto la possibilità di farlo, ho rivolto a Marina con discrezione qualche domanda su questa pagina del suo passato che intuivo dolorosa. Non le faceva piacere parlare del suo impegno partigiano, almeno negli ultimi anni della sua vita, e mi ha risposto con la cortesia di sempre ma con poche parole.

Ragazza della campagna lombarda, aveva creduto negli ideali della resistenza, ma aveva conosciuto anche gli orrori della guerra e visto con i suoi occhi quanto il più alto dei valori potesse facilmente tramutarsi in eccesso, in disumanità, in barbarie. Era rimasta delusa, amareggiata, Marina.

Finita la guerra, Francesco la conobbe quando nel 1949 si prendeva cura come infermiera di suo fratello. Aveva ventidue anni, venticinque meno di lui, era bella e fiera ed era diventata mamma di una bambina pur non essendosi mai sposata prima di allora.

Questo dono di vita, oltre al dolore e alla rabbia che fondavano una consapevolezza, era stato per lei il lascito della stagione partigiana. L’impegno in politica di Marina non cessò e, negli anni, dedicò le sue energie al Centro Studi De Gasperi e poi a organizzare mostre con l’Associazione Italiana Donne e Professionisti Affari e con l’Unione Cattolica Artisti Italiani. Guardando, il 25 aprile, le fotografie in bianco e nero delle giovani donne partigiane, non ho potuto non pensare a tutto quello che non ci siamo detti, per reticenza o per non averne avuto il tempo.

Auguri, Francesco Sannicandro, buon compleanno da chi non ti dimentica.

E un abbraccio affettuoso a Marina: buona Festa della Liberazione nonostante tutto, oltre il peso della terra e le contraddizioni di cui siamo fatti, fino a ritrovarci in qualche cielo dipinto dal tuo amato marito.

Nella foto in alto (1978), al centro, Francesco Speranza con la consorte Marina insieme a Francesco Sannicandro