La sfida di promuovere i beni culturali con le storie

"Racconti da museo, Storytelling d'autore per il museo 4.0", a cura di Cinzia Dal Maso, è il libro che spiega come invogliare il pubblico a visitare le collezioni d'arte

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Raccontare: è questa la chiave di volta della comunicazione dei beni culturali, come spiega il volume Racconti da museo, Storytelling d’autore per il museo 4.0, a cura di Cinzia Dal Maso.

Pubblicato da Edipuglia, il libro è stato presentato per la prima volta proprio nella nostra regione, a Bari, Foggia e Lecce.

Storytelling è davvero una parola abusata di questi tempi. Ma gli autori di questo lavoro lo sanno assai bene. Al contempo, c’è sicuramente bisogno di raccontare i beni culturali del nostro Paese, di farlo con modalità che siano comprensibili a tutti, cercando di superare quella che è stata definita la “sindrome della fistula plumbea”. Né si può pensare di far finta che il problema non sussista o di nascondersi, perché come spiega Sandro Garrubbo: “chi tace comunica in ogni caso, ma comunica male!”

La sfida di promuovere i beni culturali con le storieRacconti da museo si compone di più di una decina di contributi, un mosaico di testi ben differenziati e nell’economia dell’opera complementari, nel senso che permettono al lettore di comprendere le diverse sfaccettature della valorizzazione dei beni culturali attraverso le tecniche del racconto (e non solo). L’attenzione è posta sulle storie, come strumento per comunicare in modo immediato e coinvolgente al pubblico. A Cinzia Dal Maso abbiamo chiesto di spiegarci le ragioni del libro.

La sfida di promuovere i beni culturali con le storie

Perché Racconti da museo?
Ovviamente, il museo qui rappresenta la parte per il tutto. Per un titolo di un libro, museo era la parola che riusciva a descrivere al meglio quello che sono i  ben i culturali. I musei, da sempre in crisi, stanno vivendo oggi una seconda giovinezza, una stagione molto positiva: non se ne era mai parlato tanto, anche a livello quotidiano. I musei devono però riuscire a vendersi di più, mentre si rinnovano. In tal senso può dare il suo contributo proprio lo storytelling, non si tratta qui di narrazione tout court, ma di scrittura professionale al servizio dei musei.

Leggendo il volume si ha l’impressione di essere di fronte a un manuale
Archeostorie, il libro che ha preceduto Racconti da museo, lo avevamo esplicitamente indicato come tale nel sottotitolo. Anche se non abbiamo fatto lo stesso per quest’ultimo testo, quando ne parliamo tra noi autori lo chiamiamo proprio così: manuale. Se nel lavoro precedente si poteva cogliere anche una certa “freschezza”, qui ci sono tanti professionisti che lavorano da decenni nel settore. E se da una parte rivelano anche i segreti del mestiere, dall’altro ragionano sul senso del loro lavoro.

Anche se i singoli contributi poggiano saldamente su fonti bibliografiche, si può dire che questo libro non trova molti precedenti?
Oggi pioniere non lo è in assoluto nessuno, ma a livello di riflessione e di ventaglio di esperienze nei vari campi, credo di sì, che si tratti di un lavoro abbastanza pionieristico. L’aspetto manualistico è stato unito alla riflessione sulle varie forme della narrazione: da un lato abbiamo cercato di fornire gli strumenti, spiegare come usare le fonti e quant’altro, ma dall’altro abbiamo ragionato sul perché lo storytelling è importante, sul perché serve utilizzare le tecnologie.
L’importante è il narrare, e anche se la narrazione può sembrare un’esperienza singola, se siamo in tanti ad ascoltare diventa un’esperienza collettiva e si crea comunità attorno ai musei.
Con questo libro non abbiamo esaurito il panorama delle tecniche narrative, anche se la gamma presentata è abbastanza ampia: ma importante era ragionarci da vari punti di vista. Un domani ci saranno nuove tecniche, se ne inventeranno di altre: ad esempio, al momento stiamo lavorando con alcune aziende per realizzare nuovi progetti in realtà virtuale e aumentata.
Anche come comunicatore ritengo sia un dovere: fino a ieri c’era solo la carta stampata, oggi col web non si scrive più come un tempo, e dobbiamo sperimentare nuove forme di narrazione. E se ci ripenso, le cose più belle che ho fatto finora sono state quelle fatte su richiesta, quando qualcuno mi ha costretta a fare determinate cose, operando in un determinato modo. È scervellandosi che vengono le idee più belle. Così, allo stesso modo le costrizioni del web possono stimolare la creatività e portare a risultati molto più belli e soddisfacenti di quanto ci si poteva immaginare.

Immagina che qualcuno possa anche non essere d’accordo con le tesi espresse nel libro? È un libro nato per stimolare la discussione, Racconti da museo?
È stato fatto proprio per questo, come già col libro Archeostorie. Lo scopo è discuterne, parlarne nelle Università. È nell’interesse di tutti far capire che il mondo dei beni culturali sta cambiando. E se siamo già riusciti a far passare questo messaggio, vogliamo far capire a chi non l’ha ancora compreso che se non racconti qualcosa, alla fine la gente non ti segue. Se i musei vogliono diventare centri culturali importanti devono seguire queste strade.

La sfida di promuovere i beni culturali con le storie

E ora esploriamo un po’ i contenuti di Racconti da Museo, di questo agile ma densissimo volumetto.
Il discorso viene brillantemente introdotto dal prof. Giuliano Volpe, che riprende le pagine del libro Il museo dell’innocenza di Orhan Pamuk. Un museo nato dalla creatività di uno scrittore serve per ricordare l’importanza di ricontestualizzare ogni manufatto nel suo luogo e nella sua epoca, nella vita delle persone che l’hanno utilizzato.
I due contributi della scrittrice e divulgatrice Mariangela Galatea Vaglio e dell’archeologo Francesco Ripanti sembrano quasi svilupparsi in parallelo: serviranno come comode guide passo passo per chi voglia cimentarsi con la scrittura di racconti, rispettivamente riguardanti eventi e personaggi del passato oppure reperti e musei. Anche se il prodotto sarà un racconto per il grande pubblico, i due autori sottolineano la necessità di rimanere saldamente ancorati a fonti letterarie o materiali, agli studi e alla documentazione storico-archeologica. Non siamo lontani dal Manzoni (tra vero e verosimile), ma sicuramente ad anni luce dai romanzi di Dan Brown.
Se questi due interventi puntano alla realizzazione di narrativa di fiction, col successivo la giornalista e scrittrice Cinzia Dal Maso ricorda che si può anche raccontare la realtà. Come quella del cilindro di Ciro, simbolo di multiculturalismo e libertà religiosa, impiegato a fini propagandistici da millenni e dagli utilizzatori più diversi, dallo Scià di Persia come da Ahmadinejad.
Il contributo di Elena Rocco, Giovanna De Appolonia e Raffaella Cavallo mira a sensibilizzare sul tema di un linguaggio museale che sia davvero per tutti, per gli anziani, per gli utenti a bassa scolarizzazione, per gli stranieri e per i disabili. Sono seguiti dal viaggio entusiastico dell’archeologo Giuliano De Felice, un viaggio nel mondo non facile ma gratificante della computer animation. Come vive una “famiglia” di pesi da telaio dopo la chiusura serale di un museo?
È quindi il turno dei due contributi dedicati alla didattica, quelli del professor Antonio Brusa e del docente Giuseppe Losapio. Il primo sottolinea quanto il linguaggio del gioco sia potentissimo, e di come il connubio di questo con lo storytelling – quando ancora non si chiamava così – possa portare a risultati sorprendenti. Il secondo riporta l’esperienza di un laboratorio, evidenziando come il soffermarsi sul racconto storico strutturato (non sull’aneddoto o sul fatterello) non solo non sia banale, ma permetta di riattualizzare il passato; lo scopo dell’historyteller è difatti proprio quello di creare narrazioni coinvolgenti che rendano al fruitore il senso del passato.
Col documentarista Aldo Di Russo parliamo di musei narranti: occorre farsi carico di una nuova visione complessiva, la conoscenza deve alterare gli equilibri interni scossi dall’emozione. E ci porta ad esplorare il processo di produzione di un audiovisivo. Con Adele Magnelli ci spostiamo nel campo della realtà virtuale e aumentata, e più in generale alla ricerca di un connubio tra cultura e tecnologia: l’esempio che si porta è quello di successo realizzato presso l’Ara Pacis, “L’Ara com’era”. L’intervento successivo, quello di Chiara Boracchi, serve invece a fornire (a chi non li avesse già) gli elementi per divulgare la propria storia al massimo numero di persone nel mare magnum del web.
A coronare i contributi c’è quello firmato da Sandro Garrubbo, responsabile della comunicazione presso il Museo Antonio Salinas di Palermo: un caso di studio che dimostra ancora una volta che la cultura è relazione. Cambiando linguaggi e pratiche, seguendo una strategia, è possibile intercettare e costruire comunità e arrivare quindi al risultato più importante: coinvolgere e interessare, per portare la gente nei musei.

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