Ma l’Italia non era il paese beato dei frutteti?

Oggi l’espressione “siamo alla frutta” è metafora di momentaccio, non più di degna conclusione di un eccellente banchetto

233
0
CONDIVIDI

Siamo alla frutta”. Non sto cominciando a parlare di politica.

“Siamo alla frutta” è, infatti, un’esclamazione corriva usata per indicare l’esaurimento di ogni mossa per continuare un’attività o coltivare una speranza.

Il detto “Siamo alla frutta” attiene, infatti, al linguaggio comune e ne fa parte come metafora eccellente: come dire che si è finito il pranzo e per altre soddisfazioni della gola e del ventre si dovrà aspettare altri inviti. E qui tornerebbe la scena allegorica della politica e, dunque, non insisto.

Rubricando, infatti, la tavola da pranzo come metafora della vita in comune, il trovarsi al momento di servire la frutta dovrebbe segnalare la conclusione beata di una faccenda e non il suo fallimento. Ma, tant’è.

Sto parlando di cibo, di ottimo cibo naturale e altamente benefico, come tutti sanno.

E i medici, pur rassegnati alla concorrenza delle mele, una al giorno come vuole la vulgata della cultura popolare, non si stancano di decantare le probità e le ricchezze di vantaggi della frutta per la nostra vita corporale.

La frutta dovrebbe siglare un convito beato, un banchetto esauriente e anticipare golosamente il “Dulcis in fundo”. E, invece, nel linguaggio comune, come dicevamo, essere “alla frutta” designa un momentaccio, la fine delle risorse e delle idee. Forse per questo, nei ristoranti di media accessibilità, la frutta è progressivamente sparita. Un’idiozia!

Niente albicocche, pesche, susine, arance, mandarini, pere. Neanche un’umile e preziosa mela ti servono. Il cameriere parte spedito e assicura che potrebbe servire l’ananas. Fa eccezione, infatti, l’ananas che c’è sempre: ha sostituito l’invadente rughetta quanto a stucchevole presenzialismo. Quasi sempre astiosa e aspra, la pignona esotica ti è rifilata ad ogni piè sospinto, piede di cameriere, il quale fa spallucce se gli ricordi che l’Italia passava come il paese beato dei frutteti.

Raramente, consultato il proprietario della bottega, ammette di avere, forse, dei frutti di bosco. Se fosse vera l’origine boschereccia di quei frutti in Italia dovremmo avere foreste sterminate. Non ditemi che siamo alla frutta: portatemi della frutta, possibilmente di stagione. Almeno a Primavera. Che diamine!

P.s. I fioroni, sì, i fioroni!