Morte cardiaca improvvisa? La nuova sfida della Casa Sollievo

I genetisti di San Giovanni Rotondo sono gli artefici dell“autopsia molecolare”, che consente di identificare la base genetica della patologia e attuare strategie preventive

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Difficile dimenticare la recente scomparsa del giovane capitano della fiorentina, Davide Astori, che ha “risvegliato” il tema della morte cardiaca improvvisa in tutta la sua drammaticità oltre che scosso la sensibilità di ogni sportivo.

Ancor più difficile per una madre accettare l’inconcepibile decesso di un figlio di soli 13 anni, a causa di un arresto cardiaco improvviso durante l’ora di educazione fisica a scuola, momento ludico e ricreativo per eccellenza.

E non sono gli unici casi. In Italia si stimano tra 45mila e 57mila ogni anno le persone vittime di morti cardiache improvvise. Un numero, secondo l’Istat, pari al 10% della mortalità complessiva, percentuale superiore a quella dei tumori più diffusi. Un numero rilevante coinvolge gli under 35 apparentemente in perfetta salute e, dato ancora più sconvolgente, sono proprio gli atleti quelli più frequentemente colpiti, nonostante i controlli medici periodici di ogni tipo.

Per conoscere le cause del decesso sarebbe opportuno eseguire in tutti i casi l’autopsia. Ma, in realtà, l’esame autoptico nel 20% dei casi non riesce a chiarire l’eziologia. Ed è qui che entra in gioco il fattore genetico: sono le cardiomiopatie ereditarie la causa più frequente di morte improvvisa. E non è evidenza rara che la prima manifestazione clinica di una cardiomiopatia ereditaria (nel 10-40% dei casi) consista proprio nella morte improvvisa di un individuo. Ma cosa sono le cardiomiopatie ereditarie?

Con l’acronimo Cmp si indicano le malattie che interessano il muscolo cardiaco, causate da alterazioni nella sequenza del Dna dei portatori. Se ne distinguono quattro forme.
Dilatative, caratterizzate da dilatazione delle camere cardiache: i geni associati alle forme familiari sono quelli codificanti per proteine coinvolte nella generazione o nella trasmissione della forza contrattile nel muscolo cardiaco quali la lamina, la distrofina, la titina e lo ZASP/Cypher (LDB3).

Ipertrofiche, caratterizzate da ispessimento delle pareti del cuore in cui sono stati identificati diversi geni coinvolti, in genere codificanti per proteine che costituiscono l’unità funzionale contrattile del cuore (sarcomero) come la miosina 7 e la proteina legante la catena pesante della miosina.

Restrittive, con restrizione delle cavità ventricolari e difficoltà di riempimento.

Aritmogene, associate a mutazioni in diversi geni, tra cui quelli codificanti per le proteine che compongono i desmosomi, strutture deputate alle giunzioni fra le cellule, o quello che codifica per la rianodina, proteina fondamentale per la funzionalità dei cardiomiociti.

Generalmente, la trasmissione è autosomica dominante, cioè basta ereditare una copia alterata del gene da uno dei genitori per manifestare la malattia.
Tra i sintomi più comuni rientrano palpitazioni, che possono essere secondarie a vari tipi di aritmie, dispnea (mancanza di fiato sotto sforzo), dolore toracico. I pazienti con forme lievi di cardiomiopatie possono avere una normale aspettativa di vita, mentre i casi più gravi sono esposti a un rischio aumentato di complicanze cardiovascolari o emboliche, che possono dar luogo a ictus e, talvolta, a morte precoce in conseguenza di aritmie maligne fino a scompenso cardiaco.

I soggetti portatori, purtroppo, giungono all’attenzione dei clinici solo in occasione di morti improvvise durante attività sportiva. Per questo motivo è di estrema importanza che i portatori siano sottoposti ad esami diagnostici che riguardano non solo l’elettrocardiogramma ma anche metodiche di imaging più approfondite come l’ecocardiografia-colordoppler e la risonanza magnetica cardiaca. Altro aspetto importante nella gestione dei pazienti affetti da Cmp consiste nell’estendere la valutazione clinica e strumentale ai familiari di primo grado, al fine di realizzarne la diagnosi precoce. Il tutto finalizzato ad apportare modifiche nello stile di vita o ad attuare terapie in grado di limitare gli eventi avversi.

A tal proposito la nuova sfida lanciata da questa classe di patologie consiste nel promuovere una stretta interazione fra differenti discipline scientifiche, come la genetica, la fisiologia, l’elettrofisiologia cellulare e la cardiologia clinica. Sfida ancor più grande sarebbe identificare il prima possibile tutte le varianti genetiche come biomarcatori di diagnosi precoce, in grado di identificare la patologia molto prima che insorgano i primi sintomi o addirittura che si manifesti la morte improvvisa. Su questo fronte la scienza sta facendo passi da gigante, non solo con la messa a punto di metodiche di sequeziamento genico di nuova generazione (Ngs – Next generation sequencing) con cui l’analisi genetica è entrata prepotentemente nella pratica clinica e diagnostica delle Cmp, ma anche grazie alla dedizione e alle deduzioni delle menti brillanti dei ricercatori al fine di migliorare e salvare la vita dei pazienti a rischio.

Il merito più grande va in questo caso ai ricercatori e biologi del’unità di Genetica medica dell’ospedale Casa Sollievo della Sofferenza di San Giovanni Rotondo, diretta dal dr. Marco Castori. Il dr. Pietro Palumbo insieme al dr. Massimo Carella eseguono il sequenziamento mediante metodiche di ultima generazione e la successiva analisi di circa 80 geni coinvolti nelle varie forme di Cmp. Il lavoro dei biologi è in perfetta sintonia con quello svolto dai medici dell’ambulatorio dello stesso ospedale dedicato allo screening per le cardiomiopatie eredo familiari, in cui il dr. Giuseppe Di Stolfo e la dr.ssa Sandra Mastroianno, medici dell’unità di cardiologia diretta dal dr. Aldo Russo, visitano pazienti affetti da Cmp al fine di effettuare una diagnosi ed indirizzare pazienti e familiari allo screening genetico.

Attraverso questa rete, i genetisti della Casa Sollievo sono stati i primi a mettere a punto la cosiddetta “autopsia molecolare”, ossia l’analisi post-mortem del genoma di pazienti colpiti da morte cardiaca improvvisa, al fine di identificare la base genetica della patologia. Una volta che la mutazione genetica è stata identificata, i genetisti verificano la presenza della stessa anche nei familiari, non prima che diano il consenso ad essere esaminati. Ciò permette di identificare portatori ancora asintomatici di mutazioni geniche causative di Cmp, al fine di attuare strategie preventive, impostare controlli programmati e monitorare l’evoluzione del quadro clinico.

La nuova frontiera prevede che per i pazienti risultati negativi all’analisi genetica di primo livello siano attivati molti progetti di ricerca dal suddetto laboratorio che includono l’analisi dell’intera regione codificante del genoma (Esoma), con la speranza di identificare nuovi geni-malattia da poter inserire nel pannello di screening di primo livello. È oggetto di studio, inoltre, il caso di una paziente, morta improvvisamente all’età di 43 anni, in cui è stata identificata una mutazione che potrebbe essere stata slatentizzata dall’utilizzo di un farmaco.

L’analisi dei familiari ha permesso di identificare la medesima mutazione nella figlia, cui è stato strettamente vietato l’utilizzo di alcune categorie di farmaci.

Un successo che va ascritto all’abnegazione e alla determinazione di tutti i ricercatori dell’ospedale fondato dal santo di Pietrelcina, che con il loro lavoro contribuiscono a salvare la vita di tanti pazienti e a migliorarne la qualità.