ll Cristo umanissimo ed esistenziale di Kramskoij è il vero volto della Pasqua

Il celebre dipinto del pittore russo offre lo spunto per una lettura inedita della festa più solenne del Cristianesimo

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È Pasqua e abbiamo un pensiero semplice. Intanto, auguri a tutti, cari lettori. E grazie, grazie perché ci state seguendo con tanto entusiasmo. Un’attenzione civica, una sensibilità che ci onora.

Le feste importanti spesso portano a pensieri ordinari e a frasi di circostanza. E il senso delle cose? Noi sappiamo che il lettore di Primo piano amerà leggere qualche riflessione, di sicuro fallibile. E allora, ecco Gesù di Nazareth. Il festeggiato.

“La verità di un uomo non è tale che dinanzi alla sua morte. Così anche la storia”. Sono parole di Sergio Quinzio, grande e inquieto teologo e biblista del Novecento.

Noi crediamo che questo sia vero soprattutto per Gesù stesso. Ed è per questo che vi invitiamo a guardare e ammirare questo straordinario dipinto. È Gesù vivo, soggetto all’umanità più silente e disarmante. Non c’è la crocifissione, non c’è la resurrezione. Ci sarà certo la morte, da qui l’esigenza di verità nel senso di Quinzio.

Cristo nel deserto
Ivan Nikolaevich Kramskoi: Cristo nel Deserto, particolare, 1872

“Cristo nel deserto”, del 1872, è un’opera dell’artista russo Ivan Nikolaevic Kramskoij. Un Cristo che pensa. Qui c’è la verità della vita di chi poi è morto e oggi risorto.

Gesù è il pensiero. E nel suo pensiero c’è la storia dell’uomo. La vita dell’uomo. Qui si assiste al logos, in realtà perenne, immortalato nel quaresimale momento di sfida. Cristo tentato, riflessivo, intimo. Uomo. Veramente uomo. Solo. E del resto è soli che si pensa. Altrove si ciancia.

Cristo-uomo è il Cristo che è sottilmente sollecitato, che quindi è portato a riflettere su di sè, che dice agli altri: “Io sono qui, uomo come voi, pieno di dubbi -umani dubbi- come voi”. Ecco perché questa è un’immagine anche laica, di pensiero alto e abissale e di riflessione intensa. In questa accezione ritrae un valore che desidereremmo utile anche per il lettore e cittadino. Pensiamoci come comunità e realtà: nelle nostre finzioni non esauriamoci, nelle nostre abiezioni non crogioliamoci, nella debolezza semmai cerchiamo l’appoggio umano a crederci, a crederci sempre. A Pasqua non possiamo non pensare ad Anna Rosa Tarantino, nonna nostra, cittadina nostra che avrebbe dovuto continuare a vivere con serenità la sua esistenza di fede, generosità, prossimità. Un fatto orrendo che ha marcato drammaticamente le nostre chianche, una storia che ci ha segnati.

Il Cristo umanissimo ed esistenziale di Kramskoij non per tutto questo, però, è meno Dio ai nostri occhi. “Padre, perchè mi hai abbandonato”. Non c’è frase più indicante l’umanità e la divinità del Crocifisso. E anche qui Gesù sembra interrogarsi. Colpisce lo sguardo, deciso e pensato a sua volta da questo pittore spesso dimenticato dai critici. Cristo è davvero tra pietre di solitudine. Testate d’angolo o di scarto, levigate o ruvide, grandi e piccole, esse sono con lui, con lui che è roccia di suo. Ma anche le rocce possono frangersi. E le certezze però mai cadere, continuamente tendendo all’Uno. Non è sempre bello parlare pubblicamente del proprio approccio alla fede. Si vivano preghiere e funzioni nel nostro io e negli effettivi momenti liturgico-comunitari. Ma questo quadro ci ha forse portato al momento stesso in cui il pittore lo ha concepito. E sarà stato un momento di forte pressione spirituale. Quella che ha preso anche noi, ammirandolo. Spiritualità umana. Per questo, come si diceva, oggi che risorge lo vogliamo ancora uomo tra dubbi e magnetico sguardo di interrogazione. Cultura quello è, alla fine. Coltivare dentro di sè la stessa emozione che avrà partorito il gesto creaturale di un pensiero e di una parola, come di un tratto di pennello

Qui è stata la potenza di uno sguardo. E forse di una solitudine, quella che come Gesù tra le rocce anche noi viviamo tra teste-pietre e cuori duri altrettanto. In fondo, qui Cristo ci dice che pensare non è mai inutile, lo è forse il “fare” senza un fine. Davanti a questo uomo solo, con attorno le pietre e con consolatore il cielo terso e grande, diviene possibile scoprire il mistero della potenza di un messaggio e la grandezza di un “senso” alla cui sequela, tra mille imperfezioni e tra milioni di tradimenti, si è deciso di ascrivere il proprio destino. È un Cristo che riesce a essere così umano eppur così ieratico e sacerdotale assieme da rasentare gli ossimori di cui la fede è ricca. Ossimori che dicono la ricchezza di un contenuto che è divino proprio perchè è sommamente umano. E viceversa. Quando i critici dei credenti additano a testimonianza della scarsa validità o credibilità della fede le nostre fallaci esperienze umane vien quasi da sorridere. La resurrezione ci scoprirà umani, dunque imperfetti. E la Quaresima è ogni giorno, come la Pasqua: ogni giorno sorridiamo, ogni giorno facciamo del male o subiamo del male. Come i peccatori, come i santi. Uomini.

Auguri, amici lettori.