Ciccio “saràca”, Cireneo dei “tempi nostri”

Selvaggio ma dal cuore tenero era vittima d'insulti d’ogni tipo. Era rispettato solo quando sfilava in processione a Bitonto al seguito del Cristo morto

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C’era al mio paese un personaggio singolare. Iscritto a furor di popolino nel canone degli “scemi di paese”, per via di un suo penoso ritardo mentale, si arrangiava a campare di lavoretti e di elemosine, rastrellate seguendo interminabili processioni.

In verità le precedeva, perché qualche più caritatevole prelato gli affidava la testa del corteo per portare la Croce. Trovai, da ragazzo la condizione fortemente metaforica e mi scoprii a pensare: “Come se non ne avesse abbastanza di sue.”

Questo dolce Cireneo era solo al mondo e, quando non bighellonava per i vicoli e le strade di Bitonto, cercava nelle cantine il sordido conforto del vino. Come dargli addosso? Eppure lo facevano: la ragazzaglia, e non solo, lo perseguitava di insolenze e insulti dandogli la baia per le strade.

Il sollazzo idiota più praticato consisteva nell’urlare un turpe soprannome per far seguire una litania di offese in rozze rime vernacolari. Il martire si chiamava Ciccio e per nomignolo portava (se non è croce questa!) “Saràca”, in Italiano saracca, ovvero pesciaccio affumicato, unica prelibatezza altamente proteica dei poveri e sollucchero degli avvinazzati.

Ciccio Saràca si chiamava, all’anagrafe, Francesco. Francesco e poi non so cosa, non ricordo. Forse il suo cognome era stato inventato dalla pietosa fantasia battesimale di qualche impiegato dell’anagrafe alle prese con le oscure origini di un bambino qualsiasi. E avrà meritato nella burocrazia municipale uno di quei cognomi che affidano agli angeli o ai santi le vicissitudini dei trovatelli.

Ciccio o Ciccillo, variante che, da noi, è assai comune, montava su tutte le furie, se lo chiamavano Francesco. In verità le sue furie erano poche, inermi, spuntate. Urlava, bestemmiava, minacciava di gettare le pietre che portava nelle saccocce. Qualche volta gettava quei sassi, ma, per lo più li teneva tra le mani levigandoli instancabilmente.

Mi dicono che non abbia mai colpito nessuno. A bella posta secondo me. Quando si è arreso alla legge di natura ed è stato accolto nella eterna processione di un regno meno feroce e inospitale di quelli terreni, è stato certo scritturato per rappresentare il Cireneo. Appunto. Nelle tasche del suo pastrano sbrindellato furono trovate le pietre: quelle armi primitive erano levigate dalle continue minacce innocenti di quelle mani che le accarezzavano.

Ignorava l’onomastica il pover’uomo. Preferiva il nomignolo Ciccio all’austero Francesco che, pure rinviava al santo eponimo della bella chiesa che segna il transito al quartiere più antico di Bitonto, il “Civilizio”. Quel nome corretto gli sembrava, evidentemente, strumento di scherno. Peggio, poi, se lo chiamavano Franco.

A lui, a quell’innocente e dolcissima maschera del mio primitivo e indimenticabile teatro di strada, voglio dedicare il ricordo delle Pasque del mio paese. E voglio ricordarlo, ballonzolante e affranto seguire la Culla del Cristo morto, miracolosamente a tempo con la musica della banda. Al suo passaggio, persino la ragazzaglia ammutoliva e la preghiera danzante di quel soave storpio si elevava dal corteo salmodiante per volteggiare nel cielo di quelle indimenticabili primavere.

Più tardi scoprii che quel passo ingenuamente tersicoreo somigliava al ballo santo e folle di Re Davide, che danzò come avanguardia nella processione di scorta alla Santa Arca, in segno di paradossale umiltà, come spiegò a sua moglie: voleva essere servo dei suoi servi. Non credo che Ciccio abbia letto il Libro dei Re. Era un puro di spirito: lo sapeva.

In copertina, un particolare da Il banchetto nuziale (1568), dipinto ad olio su tavola di Pieter Brueghel il Vecchio, con al centro, in evidenza, lo scemo del villaggio