Il fascino irresistibile di “Uno, nessuno e centomila”

Dopo quasi due anni di grande successo, l'adattamento teatrale di Alessandra Pizzi con Enrico Lo Verso registra il sold-out anche a Bitonto

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Cornici vuote penzolano dal soffitto del Teatro Traetta, svuotate d’ogni potere rivelatore. Senza specchi, né quadri o fotografie. Vuote. Inadatte – impossibilitate persino – a riflettere un io che (ci) sfugge, si moltiplica, si frantuma, dolorosamente scompare e timido, infine, riaffiora. Purificato, ritrovato, nuovo.

Sotto di esse, a piedi nudi sulle assi consunte del palcoscenico (chissà da quanti colleghi calpestate, si chiederà alla fine), avvolto in un largo camicione bianco, il grande attore palermitano Enrico Lo Verso, interprete indimenticabile del miglior Gianni Amelio (Il ladro di bambini, Così ridevano, Lamerica), ma anche, chiaramente, di teatro e di televisione, recita un monologo lungo 70 minuti tratto da Uno, nessuno e centomila, scritto appositamente per lui da Alessandra Pizzi, che ne cura anche la regia.

Solo, davanti ad un pubblico che da settimane ha fatto registrare sold out, che è un po’ la norma per questo spettacolo che piace in particolar modo ai giovani, in scena, dopo 10 anni di assenza di Lo Verso dai prosceni, da quasi due anni ormai. E che è valso a lui e alla sua autrice il prestigioso premio Franco Enriquez 2017. Un sodalizio, quello tra Enrico Lo Verso e Alessandra Pizzi, che torna a Bitonto a meno di due mesi dalle Metamorfosi, andato in Scena al Traetta a fine gennaio, con la partecipazione di Michele Mirabella.

Lo specchio, dunque; simbolo del tema identitario tanto caro a Pirandello, che ne fece oggetto privilegiato di gran parte dei suoi lavori, compreso l’ultimo, travagliatissimo, romanzo (una gestazione lunga 16 anni), di cui lo spettacolo è naturale adattamento, estremizzazione della narrazione auto-diegetica originaria (in cui il narratore, che è anche protagonista, si rivolge spesso direttamente al lettore) che qui si fa monologo puro, racconto ad una singola voce, presenza unica.

Comincia proprio davanti ad uno specchio, come molti sanno, la storia di Vitangelo Moscarda. Dinanzi ad esso si apre il racconto, col personaggio principale che indugia nel tentativo di guardare dentro una narice dolorante e apprende, dalla voce della moglie, la celebre “rivelazione” su cui si fonda, come avviene in molte opere di Pirandello (si pensi al Belluca di Il treno ha fischiato, ad esempio), la trama. Il suo naso – gli fa notare la giovane consorte – è diverso da come se lo immaginava, pende a destra. Un’osservazione accidentale e per molti versi trascurabile che scardina le fragili certezze d’una vita, scava nel profondo, induce interrogativi che sfociano in una crisi d’identità irrefrenabile, alla (presunta) pazzia, ad un radicale stravolgimento esistenziale. Dismorfofobia che si fa unica, sofferta via per la liberazione.

Vestendo i panni di Moscarda, Lo Verso porta in scena l’eroe moderno per eccellenza, come quelli di Shakespeare, prima, e poi di Kafka, Joyce, Sartre, Beckett. Che è poi ciò che continua a rendere l’opera estremamente rilevante anche nella contemporaneità e a determinare buona parte dell’appeal, anche sui più giovani, che continuano a trovarselo nelle antologie scolastiche, del romanzo e, quindi, dello spettacolo. Eroe moderno, dunque, perché tragicomicamente consapevole della sua condizione di “pupo”, di marionetta e maschera che scopre lo strappo nel cielo di carta, pura aggregazione di forme sempre diverse, contraddittorie. Eppure così vivo, così vero in questa lucidissima follia che nasce dall’aver finalmente compreso l’assurdità di supporre che la vita possa esaurirsi in un’unica forma, poco importa se imposta da sé stessi o dagli altri (le famose trappole sociali indicate da Pirandello, famiglia e lavoro). Capace, solo all’ultimo, come direbbe un altro autore profondamente “moderno”, Musil, di comprendere che dovrebbe vivere “come una goccia d’acqua dentro una nuvola”, senza mai stagliarsi dal fondo brulicante del divenire, abbracciando l’universale, come infatti fa.

Perché “la vita non conclude”. E – lo intende Vitangelo Moscarda al termine delle sue elucubrazioni – “non sa di nomi, la vita. Quest’albero, respiro tremulo di foglie nuove. Sono quest’albero. Albero, nuvola; domani libro o vento: il libro che leggo, il vento che bevo. Tutto fuori, vagabondo”.