Da una goccia di sangue al volto delle persone

Con l'innovativa tecnica di profilazione genetica "DnaPhenotyping" arriva la carta d’identità biotech del futuro

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Chi di noi non ha mai sentito parlare delle serie tv Csi, Ncis e Ris o delle analisi del Dna finalizzate ad incastrare l’assassino, reo di aver lasciato le sue tracce sulla scena del crimine? La nuova frontiera si chiama Fdp (Forensic Dna Phenotyping), la identity card, o meglio il testimone biotecnologico, del futuro, uno strumento in grado di garantire informazioni più accurate rispetto a quelle fornite dalla testimonianza umana, sicuramente molto poco affidabile.

La metodica, ancora relativamente nuova e controversa, è stata messa a punto dai laboratori Parabon NanoLab (Virginia, USA) e ha lo scopo di ricostruire il viso di un donatore sconosciuto – una persona scomparsa o deceduta o magari un criminale – a partire dal materiale biologico ritrovato sulla scena del crimine. Sarà possibile avere indicazioni sull’aspetto fisico di una persona analizzando i geni che presiedono al colore dei capelli, degli occhi e della morfologia del viso. Lo stato dell’arte in questo settore è proprio il DNA Profiling (in italiano” impronta digitale genetica” o “fingerprint genetico”), tecnica che utilizza sequenze di DNA chiamate microsatelliti (o Short tandem repeats) presenti in numero diverso nei diversi individui.

Queste sequenze in sé non hanno effetti sul fenotipo, ma la loro lunghezza cambia in modo casuale da individuo a individuo e sono sparse in diversi punti del genoma umano dette loci (sono analizzati 13 loci del nostro genoma dove si concentrano i microsatelliti). La suddetta tecnica di analisi non è infallibile in quanto non sempre il personale possiede competenze di alto livello e le contaminazioni sono possibili in tutte le fasi, dalla raccolta all’analisi dei campioni. È dunque accertato che l’impronta biologica sia la prova inconfutabile della colpevolezza di una persona ma bisogna anche considerare il trasferimento secondario di tracce di DNA, il cosiddetto “touch DNA”, quella che lasciamo quando tocchiamo persone o oggetti. I ricercatori hanno infatti dimostrato che la suddetta traccia genetica può trovarsi su un oggetto che la persona non ha mai toccato ma sul quale è stata “trasferita” da altri.

Un altro limite è che spesso il profilo genetico potenzialmente corrispondente a quello ricostruito dalla scena non è nei database delle forze dell’ordine, per cui non esisterebbero elementi per la comparazione e l’identificazione. Tutte queste limitazioni nel profiling genetico su base comparativa hanno spinto biotecnologi e ricercatori allo sviluppo e studio di nuove tecnologie nella genetica forense e uno di questi è proprio il Forensic DNA Phenotyping.

E anche vero che essere in grado di ricostruire visi specifici a partire dal DNA sarebbe un sogno per la polizia, scientifica e non. Le informazioni sui geni che determinano la morfologia del viso umano sono, per ora, ancora molto scarse, però. E se pure gli scienziati conoscono alcune varianti genetiche coinvolte nella determinazione della morfologia facciale, non si può trascurare la complicazione rappresentata dall’evoluzione umana, per cui i lineamenti attuali del viso umano sono ben differenti da quelli dei nostri antenati.

Il futuro, allora? Con molta probabilità sarà la carta d’identità bio… tech.