Questione meridionale, grande assente della campagna elettorale

Intervista a Saverio Russo, docente di Storia Moderna all'Università di Foggia, su un tema centrale ma fuori dall'agenda politica

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In questa campagna elettorale, per molti versi tra le più brutte degli ultimi anni, c’è stata una grande assente: la questione meridionale. Il fatto di non parlare di un problema, però, non lo fa magicamente svanire. Al contrario, l’Italia rimane un Paese a due velocità, e dieci anni di crisi (dai quali abbiamo cominciato a riemergere solo recentemente) hanno contribuito ad acuire il divario tra Nord e Sud.

Insomma, nonostante il disinteresse, il tema rimane di importanza centrale: proprio per questo si è ritenuto fosse importante parlarne, e lo si è voluto fare intervistando il prof. Saverio Russo, ordinario di Storia Moderna presso l’Università di Foggia e profondo conoscitore della questione.
Partire da una prospettiva che sia rispondente al reale andamento dei fenomeni storici ed economici è oggi poi particolarmente necessario, visto l’emergere di movimenti neoborbonici che cercano di far leva sul bisogno di riscatto di buona parte del Mezzogiorno. Nella loro narrazione, una borbonica età dell’oro termina come conseguenza dell’intervento del crudele invasore piemontese: ma è andata davvero così?

Questione meridionale, grande assente della campagna elettorale
Inaugurazione della strada ferrata Napoli-Portici, 1840. Olio su tela di Salvatore Fergola

Il tema della scomparsa della questione meridionale dall’agenda politica italiana era un tema caro anche al prof. Giuseppe Galasso, recentemente scomparso. Lo stesso Saverio Russo lo ha ricordato durante il recente incontro presso la Libreria Laterza a Bari.

Lasciamo quindi i lettori alle riflessioni del prof. Russo, ma non prima di porci un’ulteriore domanda: ma agli italiani (e ai meridionali) interessa ancora la questione meridionale?

Perché durante la recente campagna elettorale si è parlato così poco di questione meridionale?

In realtà la “questione meridionale” è assente da molti decenni dalle attenzioni della politica nazionale. Dopo i fallimenti dell’ultima stagione dell’intervento straordinario, tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta, il decennio di transizione degli anni Novanta e l’avvio delle politiche comunitarie di convergenza dopo il 2000, si è fortemente rarefatta la riflessione sul Mezzogiorno, a parte le periodiche indagini della Svimez, in uno con la crisi della politica e lo svuotamento dei partiti come strumento di rappresentanza, di analisi e di proposta a partire dai territori.

Come è stato possibile che si sia invece imposta all’attenzione nazionale una questione settentrionale, magari oscurando quella meridionale?

Le pessime prove date tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta dalle classi dirigenti meridionali – ricordiamo tutti gli scandali legati alla ricostruzione post terremoto del 1980 – hanno costituito il terreno fertile per la crescita di partiti come la Lega Nord e si è imposta gradualmente una “questione settentrionale”, nel vuoto di una riflessione sul Mezzogiorno e nella difficoltà di rinnovare sul serio il profilo delle classi dirigenti meridionali. Peraltro il caso italiano non costituisce un’eccezione, dal momento che anche in altre aree forti, come la Catalogna, emergono spinte secessioniste. È anche questa una modalità arretrata per reagire allo sconvolgimento prodotto dalla globalizzazione. Non cambia di molto la situazione quando il partito “secessionista” tende a farsi partito nazionale, come nelle elezioni del 4 marzo. Al di là del posizionamento tattico di alcuni candidati, in questo caso si pone come realtà da cui “separarsi” il mondo dei migranti.

I movimenti neoborbonici possono davvero rispondere alle esigenze sottostanti questo problema?

Non credo affatto. In primis, perché i loro esponenti di riferimento dovrebbero aver l’umiltà di praticare la dura fatica della ricerca ed evitare letture semplificate del passato e del presente. In secondo luogo, perché non serve a molto individuare un presunto colpevole di 150 anni fa, l’invasore piemontese, e attribuirgli tutte le responsabilità del declino da una situazione precedente a torto ritenuta avanzata. Come poteva essere avanzata una realtà con i bilanci in ordine, ma oltre l’80% di analfabeti, con poche strade e poche ferrovie? Molte colpe si possono intravvedere nelle classi dirigenti meridionali di allora e di dopo, fino ai giorni nostri.

In sintesi, a quando possiamo far risalire l’inizio della questione meridionale?

Rifiuto la logica del post hoc, ergo propter hoc, cioè che se un avvenimento è seguito da un altro, allora il primo deve essere la causa del secondo. Se il divario del Mezzogiorno, per quel che concerne il Pil stimato, si è accentuato negli anni Ottanta può non essere dipeso tanto dal “trauma della conquista” ma anche, e forse soprattutto, da quel che avviene tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta dell’Ottocento, dopo lo scoppio della crisi agraria, con la guerra commerciale con la Francia e le politiche protezioniste basate sull’alleanza tra i settori arretrati del latifondo cerealicolo meridionale con l’industria manifatturiera del Nord, che determinò la crisi drammatica del Mezzogiorno esportatore. Ma, come dicevo, guardiamo alle tante occasioni mancate da allora ad oggi!